
Cile, 1 giugno 2006: proposte per risolvere il conflitto nelle discariche della regione dell'Araucanía.
Varie organizzazioni rendono note proposte e richieste per cercare vie d'uscita dal conflitto in atto nelle discariche della regione dell'Araucanía ed esigono normative e autonomia locale nella gestione regionale della delimitazione dei siti prescelti per essere adibiti a discariche di rifiuti, con l'obiettivo di metter fine al “razzismo ambientale” e alla crisi imperante, chiedendo parallelamente e con urgenza, tra le altre cose, una politica che chiuda le discariche, modifichi le regole che le governano e adotti nuove misure per la gestione dei rifiuti.
Le organizzazioni Mapuche e ambientaliste dell'Araucanía sostengono che in questa regione ci siano circa 28 discariche in attività con un deposito mensile di 17mila tonnellate d'immondizia, di cui il 70% viene accumulata all'interno o nei pressi dei territori abitati da comunità Mapuche e il resto in zone confinanti con insediamenti di contadini poveri non indigeni. Secondo la denuncia in diversi depositi di immondizia le percentuali sono analoghe. Le cifre indicherebbero l'assenza di una seria politica di fondo che amministri e regoli il trattamento dei rifiuti con criteri territoriali.
“Non c'è alcuna giustificazione per il modo in cui è gestita la già grande quantità di siti destinati a deposito d'immondizia, tanto più in piccole comunità già prive di qualsiasi controllo e pertanto quasi tutte afflitte da una grave crisi ambientale e sanitaria che colpisce con più forza le fasce sociali già pesantemente minate nei propri diritti elementari”, continua la denuncia.
Di fronte a questa situazione varie organizzazioni di indigeni Mapuche e comitati civici (tra cui il Coordinamento delle comunità e delle famiglie danneggiate dalle discariche con il loro dirigente Manuel Curilem, leos in prima persona da uno dei locali depositi di rifiuti, l'associazione Konapewman di Temuco col suo portavoce Alfredo Seguel e la RADA, Rete di azione cittadina per i diritti ambientali, di cui fa parte Alejandra Parra, biologa specializzata in gestione delle risorse naturali) hanno affermato che l'unico modo per invertire la rotta è elaborare sia un regolamento locale che metta fine al moltiplicarsi dei depositi di rifiuti nella regione sia una nuova politica nazionale che preveda la riduzione dei rifiuti mediante norme sugli imballaggi, il riciclaggio e la raccolta differenziata - a carico delle amministrazioni municipali - e infine il deposito dei rifiuti in siti dotati della tecnologia necessaria al loro compattamento, eliminandone (e prevenendone) l'impatto ambientale.
A questo scopo è stato sottolineato come l'individuazione dei nuovi depositi di rifiuti sul territorio e la loro installazione debba mirare da subito a sconfiggere il “razzismo ambientale” del quale sono vittime molte comunità, che subiscono l'impatto dei rifiuti sulle proprie terre e più in generale nel proprio ecosistema; per riuscirci è indispensabile eliminare gli attuali depositi di immondizia che danneggiano centinaia di famiglie nella regione e stabilire per legge che la realizzazione di nuovi siti deve osservare e rispettare le caratteristiche socioculturali tipiche della regione nonché la distanza dei siti in questione dalle comunità e dalle abitazioni. Secondo le organizzazioni, inoltre, i criteri di individuazione delle aree di smaltimento e stoccaggio finale dei rifiuti solidi devono prendere in considerazione, oltre allo sviluppo umano e ambientale in generale, alcuni fattori chiave: le caratteristiche geotecniche dei terreni in cui si realizzeranno i depositi; le condizioni climatiche delle zone prescelte; la presenza di falde, bacini e microbacini acquiferi; la sostenibilità da parte degli ecosistemi; la distanza dall'abitato.
Tutte queste proposte e richieste, elaborate in forma autogestita dalle organizzazioni degli abitanti delle zone interessate al problema, sono state inoltrate alle varie istituzioni pubbliche, da quelle regionali alle nazionali, dalle amministrazioni comunali alle commissioni legislative centrali, giacché, sempre secondo tali organizzazioni, un cambiamento radicale nelle politiche di gestione dei rifiuti è possibile solo coinvolgendo il settore pubblico nel suo complesso. Le istituzioni si sono così trovate in una situazione decisamente inedita, poiché non solo hanno dovuto rispondere alle richieste e alle denuncie derivanti dal pesantissimo impatto ambientale che depositi e discariche hanno sulle comunità indigene e no ma, per riuscire a trovare una via d'uscita da crisi e conflitti scoppiati in Araucanía, hanno anche dovuto analizzare proposte autonome e autogestite: “Comunità danneggiate e organizzazioni impegnate su questi temi, tutti abbiamo dovuto fare fronte comune per cercare soluzioni a problemi di cui da molto tempo le autorità avrebbero dovuto occuparsi, cosa che ancora non è successa”. Va detto che già da aprile di quest'anno comunità e organizzazioni hanno chiesto con insistenza al governo regionale l'apertura di un tavolo di trattative per affrontare e risolvere i conflitti socioambientali locali, tra cui quelli legati ai rifiuti e agli impianti di trattamento chimico delle acque. Dopo una prima fase in cui si sono gettate le basi per la creazione di commissioni tecniche, però, almeno per quanto riguarda il problema discariche, le commissioni sono state private di strumenti d'intervento operativi e abbandonate a sé stesse. Secondo le comunità e i loro rappresentanti l'ostacolo principale è la mancanza di coordinamento tra organismi e servizi pubblici che non danno al problema l'attenzione che merita e sottovalutano l'importanza di creare spazi di confronto, fondamentali per risolvere la crisi dilagante in Araucanía. ”Da una parte i meccanismi di funzionamento delle commissioni si sono dilatati fino allo sfinimento, dall'altra il governo regionale non si è minimamente impegnato né tanto meno responsabilizzato a far sì che esse funzionassero correttamente. Purtroppo le uniche a pagare per tutto questo sono, ancora una volta, le centinaia di famiglie e di comunità che dovranno continuare a sopportare i disastri socioambientali derivanti dall'incuria delle autorità. Eppure noi continuiamo a sperare che le cose possano trovare una soluzione in tempi brevi”. Se i tavoli di trattative sono falliti, comunque, le organizzazioni indigene e i comitati di cittadini hanno già annunciato che continueranno, sia nell'immediato sia a medio termine, a intraprendere azioni legali e amministrative, a chiamare alla mobilitazione e a denunciare, pubblicamente e senza sosta, la gravità della situazione, nell'intento d'invertire la rotta e modificare le condizioni materiali di vita prodotte dall'impatto delle discariche e più in generale dei rifiuti su ambiente e popolazione.
Traduzione di Fiamma Lolli per i Traduttori per la Pace – Revisione di Orsetta Spinola – Progetto Solidarietà con il Popolo Mapuche.